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Di chi stiamo parlando
Una persona diventa "terminale" quando, a causa di una alterazione irreversibile del funzionamento degli organi del corpo - situazione che siamo soliti definire come "malattia inguaribile in fase evolutiva"-, comincia a venire meno quel meccanismo che consente ad un organismo di vivere. Il processo così iniziato ha come esito la morte.
Stabilire però quando un particolare individuo malato è "terminale", è difficile. La terminalità non dipende dall’età, anche se è indubbio che un vecchio è probabilmente più vicino alla morte di un adolescente, e non dipende neppure dal tipo di malattia, dal momento che tutte le malattie possono improvvisamente peggiorare e condurre a morte. Neppure l’inguaribilità è condizione sufficiente a definire la terminalità. Il diabete, per esempio, è una malattia inguaribile, ma sarebbe assurdo considerare terminali tutte le persone che vivono oggi benissimo con le cure opportune.
La terminalità è, in effetti, una condizione in parte fisica ed in parte psicologica. Essa si realizza quando la malattia (inguaribile, in fase rapidamente evolutiva) induce nella mente del medico, della famiglia e dello stesso paziente un'attesa di morte in breve tempo.
La morte, e quindi anche il morire, sono però l’unica certezza d'ogni vivente: come mai allora solo in tempi recenti è nato, nella medicina, il "caso" del malato terminale?
Il fatto è che la medicina si è trovata relativamente impreparata ad affrontare un problema del quale, almeno in parte, essa stessa è causa
Prima dell’affermarsi della medicina moderna, l’uomo moriva per lo più giovane, in condizioni fisiche generali ancora buone, e, soprattutto, moriva a causa di fatti violenti (guerra, incidenti, ferite) o di malattie acute (infezioni, soprattutto), che, sebbene fossero spesso accompagnate da sofferenza e dolore, non alleviate da farmaci né da assistenza efficace, di fatto duravano poco. Non molti riuscivano a vivere abbastanza da andare incontro ai lenti e crudeli decadimenti fisici che accompagnano una lunga vecchiaia.
La vicinanza della morte ed il precipitare delle condizioni fisiche danno luogo un progressivo deteriorarsi d'ogni connotazione personale: l'identità corporea, il ruolo sociale, lo status economico, l'equilibrio psicofisico, la sfera spirituale, il soddisfacimento dei bisogni primari. Questo complesso di circostanze rende diverso il malato terminale da ogni altro paziente, in quanto produce e continua ad aggravare quella particolare e complessa sofferenza che è stata definita come "dolore totale": l’insieme cioè di sofferenza fisica, psichica, sociale e spirituale.
Per sofferenza fisica s'intende ogni tipo di problema originato dal corpo: il dolore, i sintomi più vari (nausea, dispnea, astenia, vomito, ecc.). La sofferenza psichica è invece il prodotto della reazione della mente al progresso della malattia e all’avvicinarsi della morte: ansia, paura, depressione, aggressività, ecc. La sofferenza "sociale" è legata alla perdita dei ruoli che una persona normalmente ricopre da sana (il ruolo nella famiglia, nel lavoro, nel privato) e alla perdita di status sociale e di benessere economico. L’avvicinarsi della morte infine può generare sofferenza spirituale. Essa deriva dalla perdita, o, per lo meno dalla crisi, di quei valori - religiosi o laici -, che sono stati alla base del comportamento e delle scelte di vita del malato.
La Medicina Palliativa
Un sistema di cure adeguato ai bisogni dei morenti non può avere come obbiettivo la guarigione: di fatto, i progressi terapeutici e diagnostici della medicina, se ad essa finalizzati, non solo sono inutili, ma diventano spesso dannosi, concorrendo a realizzare quell’insieme di ulteriori tormenti conosciuti come "accanimento terapeutico". Il benessere di questi malati non può essere vincolato ad una salute non più ottenibile, ma deve essere perseguito indipendentemente dalla prognosi.
Cosa si può dunque fare per chi muore e per le loro famiglie? Un intervento corretto in un paziente terminale non può essere standardizzato: egli non può aspettarsi salute, ma può chiedere, ed ottenere, qualità di vita. La risposta della medicina deve spostare la sua attenzione dalla malattia alla persona ed ai suoi bisogni. Questo complesso di circostanze ha recentemente portato alla nascita di una nuova disciplina, la Medicina Palliativa (o Cure Palliative), che, in sintesi, si propone di fornire risposte adeguate ai bisogni (fisici, psicologici, spirituali e sociali) di questi malati.
Al posto delle terapie causali, quelle in altre parole destinate a guarire la malattia, vanno attuate solo le terapie sintomatiche, volte cioè ad abolire, o per lo meno a ridurre, i sintomi fisici.
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